Questa frase è nata durante una conversazione con un’amica e meravigliosa insegnante. Mi ha fatto riflettere a lungo. Non perché creda che si possa praticare yoga senza esserne trasformati, ma perché mi sono chiesta: siamo sempre in grado di riconoscere quella trasformazione mentre avviene?
Viviamo in un’epoca che ci ha abituati a misurare tutto: risultati, progressi, prestazioni. Anche nello yoga cerchiamo spesso segnali evidenti: maggiore flessibilità, meno dolore, più calma mentale, una postura migliore.
Eppure la trasformazione raramente segue i tempi che la mente vorrebbe imporre.
Arriva innanzitutto quando è il momento, quando siamo pronti; quando il corpo fisico e quello sottile hanno preparato il terreno. Ma sopratutto arriva quando ci siamo arresi e smettiamo di rincorrerla.
Lo yoga lavora in profondità, spesso in silenzio. Mentre crediamo di stare allungando un muscolo, forse stiamo sciogliendo una paura. Mentre impariamo a respirare in una posizione scomoda, stiamo imparando a restare presenti in una situazione della vita che fino a ieri avremmo evitato.
Per questo corpo ed emozioni non sono separati.
Nella pratica si muovono insieme. Ogni tensione fisica racconta una storia, ogni emozione lascia una traccia nel corpo e ogni respiro consapevole crea un ponte tra dimensioni che, in realtà, non sono mai state distinte.
Quando il corpo si apre, qualcosa si apre anche nel cuore.
Quando un’emozione trova spazio per essere sentita, spesso il corpo smette di trattenere.
Lo yoga ci ricorda continuamente questa unità.
Lo vedo continuamente anche nella mia esperienza di insegnante. Quante volte mi capita di ripetere le stesse indicazioni — raddrizza i piedi, premi sul tappetino e radica, chiudi l’addome, allunga la colonna — fino a sentirmi come un disco rotto. Poi mi guardo intorno e vedo ancora piedi che appoggiano storti, dita contratte, schemi che sembrano immutabili. A volte un po’ mi demoralizzo, perché mi sembra di parlare al vento… poi ritorno al presente, e so che tutto avviene quando è il momento. Anche il più piccolo ed invisibile cambiamento, li quando la presa di coscienza si ancora nel presente, allora la magia accade.
Corpo e mente hanno semplicemente bisogno di tempo. Tempo per osservare, per percepire e per comprendere.
La realtà è che qualcosa può trasformarsi davvero solo quando viene visto chiaramente.
Prima ci osserviamo da dentro, prima iniziamo a sentire. Attraverso il corpo e attraverso il respiro.
Se c’è una cosa che ho imparato, è che il corpo, vive sempre nel momento presente, stare nel corpo guidati nel respiro, è esserci.
Attraverso quella presenza che la pratica ci insegna a coltivare la presenza. E solo allora qualcosa comincia a cambiare.
Non perché abbiamo forzato, ci siamo intestarditi, ma in realtà abbiamo imparato ad arrenderci, non si cerca più il cambiamento con ostinazione, ma si abbandona proprio l’idea che qualcosa cambi.
Ed è in quel respiro, in quel vivere pienamente l’esperienza che qualcosa succede. b
All’esterno, è il piede che radica nella giusta direzione. All’interno, è sentire che quel semplice gesto rende tutta la gamba più stabile e permette all’anca di aprirsi con maggiore libertà.
E ancora più in profondità poi si sente che quel radicamento non riguarda soltanto il corpo.Da quella connessione con la terra, con ciò che è profondo e nascosto dentro di me, posso trovare la forza per crescere, innalzarmi verso la luce, verso il cuore, verso una versione più
La trasformazione avviene proprio lì.
Nel momento in cui ciò che facciamo smette di essere un’istruzione ricevuta dall’esterno e diventa un’esperienza vissuta dall’interno.
Come insegnante, spesso non conosco nel dettaglio la vita delle persone che praticano con me. Non so cosa stiano attraversando, quali siano le loro sfide o i loro cambiamenti. Eppure, a volte, qualcosa si lascia intuire attraverso il corpo.
Lo vedo nei punti in cui l’energia sembra ristagnare, nelle tensioni ricorrenti, nel modo in cui si evita una posizione o la si attraversa in fretta. Lo vedo quando non si riesce a tenere gli occhi chiusi durante la meditazione, o quando ci si gratta una gamba, il collo, ci si muove in continuazione, qualsiasi cosa pur di non restare in silenzio ad osservare il rumore della mente.
Il corpo racconta molto più di quanto immaginiamo.
In questi anni ho assistito a trasformazioni sorprendenti. Non perché siano avvenute all’improvviso, ma perché a un certo punto diventano visibili. Magari fino al giovedì una persona non riusciva ad appoggiare i piedi a terra in Adho Mukha Svanasana, e poi arriva il lunedì e quei piedi scendono naturalmente verso il tappetino.
Ma la trasformazione non è avvenuta in quei tre giorni.
Il lavoro era iniziato molto prima quando il respiro ti guida nell’osservazione nell’ascolto e nella presenza.
Nella pazienza di tornare ancora e ancora a quella stessa esperienza senza pretendere nulla. Ed è sempre li, quando l’aspettativa si allenta e il controllo lascia spazio alla fiducia, qualcosa si organizza in modo nuovo.
E ciò che sembrava impossibile diventa naturale.
Spesso il primo segnale non è nemmeno la forma della posizione. È il respiro che diventa diventa più fluido, più stabile, più libero.
E allora comprendi che il cambiamento era in corso da tempo, anche quando non riuscivi a vederlo.
La trasformazione non nasce dallo sforzo di diventare qualcun altro, nasce quando smettiamo di aggrapparci a ciò che pensiamo di dover essere.
Perché lo yoga, quando viene praticato, non aggiunge qualcosa a ciò che siamo, ma piuttosto toglie, strato dopo strato, tutto ciò di cui ci siamo appesantiti, permettendoci di riscoprire la nostra natura più autentica.
Ci accompagna, eliminando il superfluo, verso ciò che siamo sempre stati.
Forse è per questo che, quando il cambiamento emerge, non ha il sapore di una conquista. Assomiglia piuttosto a qualcosa che finalmente trova il suo posto, come se ciò che cercavamo fosse sempre stato lì, in attesa di essere visto.
Marianna Pachera
“Che la pratica possa riportarti a casa”
Marianna Pachera


